Uno spazio non è mai un dato di partenza: è qualcosa che si costruisce, si misura, si contrasta. È questa l’idea che attraversa Equilibri dello spazio – tra colore e materia, la mostra che la Patty’s Art Gallery di Treviso dedica a Domenico Fatigati, Pasquale Fraccalvieri e Rolando Rovati, tre artisti che a quella costruzione arrivano da direzioni opposte: Domenico Fatigati attraverso il rigore della geometria e la percezione ottica, Pasquale Fraccalvieri attraverso la fisicità della materia e Rolando Rovati attraverso il colore inteso come energia pura.
Messe a confronto nello stesso spazio espositivo, le tre ricerche rispondono a una domanda: come si tiene insieme, oggi, un equilibrio tra forma, corpo e colore? Il percorso espositivo le ripercorre quindi a una a una, dal segno più mentale della geometria, passando per la fisicità della materia, fino all’energia cromatica più gestuale.
Domenico Fatigati: geometria e spazio percettivo.
Nel secondo dopoguerra l’astrazione geometrica torna a farsi linguaggio autonomo, rinunciando a ogni valenza simbolica per concentrarsi sulla pura qualità formale: da qui nascono le Arti cinetiche e programmate – il Gruppo N a Padova, il Gruppo T a Milano, il GRAV a Parigi – e, per altra via, l’Optical Art di Bridget Riley e Marina Apollonio, che affida il movimento non a un motore ma all’occhio dello spettatore. È in questo secondo filone, quello della geometria che genera movimento ottico, che si colloca la ricerca di Domenico Fatigati.
Nato ad Acerra nel 1949, dove tuttora vive e lavora, Fatigati si forma all’Istituto Statale d’Arte “F. Palizzi” e all’Accademia di Belle Arti di Napoli, esordendo nel 1969 al Premio “La Feluca d’Oro” di Bari. Alla pratica artistica affianca un percorso parallelo nella formazione e nella divulgazione: insegna Geometria Descrittiva, nel 1989 diventa responsabile dell’Istituto d’Arte di Acerra e per oltre trent’anni, dal 1981 al 2012, dirige lo spazio “Il Ritrovo dell’Arte”.
Dal 2011 al 2015 aderisce al gruppo Astractura; nel 2015 è tra i cofondatori del Linearismo Cromatico.
La sua ricerca costruisce un linguaggio personale fondato sul rapporto tra linea, forma, colore e spazio: le composizioni nascono da un processo rigoroso in cui elementi geometrici, variazioni cromatiche e ripetizioni producono effetti percettivi capaci di coinvolgere attivamente lo spazio e chi guarda. È un’eredità che, a quarant’anni di distanza dal rigore quasi anonimo dei gruppi storici, Fatigati reinterpreta in chiave più personale, dove misura e sensibilità convivono.
A questa componente ottico-percettiva si affianca una ricerca sui materiali – legno, plexiglass, forex, rilievi – che porta l’opera oltre la superficie pittorica tradizionale, introducendo rilievi che moltiplicano il rapporto tra luce, forma e spazio. Dietro l’apparente ordine della geometria, in Fatigati si apre così una dimensione dinamica, in cui la luce e il movimento dello sguardo trasformano continuamente la lettura dell’opera.
Domenico Fatigati, Composizione di due colori, tecnica mista, 128 x 61 cm. 2026
L’opera si costruisce per moduli seriali: listelli di legno intagliati e verniciati, in nero e beige naturale, si intrecciano in un ordito ritmico che occupa l’intera superficie, secondo un andamento diagonale che alterna le due tonalità e genera un effetto di vibrazione ottica. Piccoli tagli rettangolari – chiari sui listelli neri, scuri su quelli chiari – scandiscono la trama con cadenza regolare, accentuando la dinamica percettiva dell’insieme. Il rilievo sul fondo bianco trasforma la superficie in un tessuto tridimensionale: la ripetizione del modulo e l’essenzialità cromatica traducono in forma i principi dell’astrazione geometrica e della ricerca ottico-percettiva che caratterizzano il lavoro di Fatigati.
Pasquale Fraccalvieri: la materia come corpo
Se in Fatigati lo spazio si costruisce per via geometrica e percettiva, in Pasquale Fraccalvieri lo stesso problema trova una risposta opposta: la materia intesa non come illusione da decifrare, ma come corpo fisico da abitare.
La sua superficie non si apre – come nel taglio di Fontana – verso uno spazio concettuale retrostante: si accumula, si stratifica, si satura, sul modello che l’Informale italiano ha codificato soprattutto attraverso Alberto Burri.
Nato ad Altavilla Silentina (Salerno) nel 1955, Fraccalvieri vive e lavora a Treviso, dove affianca all’insegnamento di Scienze Motorie e Sportive una pratica artistica costante, maturata al Liceo Artistico di Treviso e negli studi di Architettura – interrotti al terzo anno – un passaggio che lascia traccia diretta nella sua sensibilità per lo spazio e l’equilibrio compositivo. La sua ricerca ha attraversato mostre in Italia e all’estero; quest’anno è presente alla 61ª Biennale di Venezia 2026, nel Padiglione della Guinea sull’isola di San Servolo.
Il suo è un rapporto fisico e diretto con i materiali – ferro, malte cementizie, fili, tessuti, colore – che porta nell’opera un peso e una texture propri: come nei Sacchi di Burri, dove il tessuto grezzo non allude a nulla se non a sé stesso, in Fraccalvieri la malta e il ferro restano ciò che sono, e la loro presenza fisica è già il significato. Il processo compositivo procede per stratificazione – strati di materia e colore si sovrappongono ed erodono, lasciando affiorare tracce del gesto e del tempo – in una logica affine a quella per cui, nel Cretto di Gibellina, Burri trasforma la crepa in un ordine ritmico.
Anche in Fraccalvieri la superficie non nasconde il processo che l’ha generata, ma lo espone: non finestra, dunque, ma corpo pieno e tattile.
Pasquale Fraccalvieri, Relitto-verticale, tecnica mista, 100 x 100 cm.
L’opera, presente alla mostra di Treviso, è costruita su una netta bipartizione orizzontale: nella metà superiore un campo rosso denso, graffiato da un reticolo di segni sottili e dorati che ne incidono la superficie come tracce di una scrittura consumata dal tempo; nella metà inferiore una distesa grigia craquelée, la cui rete di fratture rimanda a una superficie terrosa essiccata o a una crosta minerale. Al centro, verticale, si erge un assemblaggio di frammenti lignei sovrapposti e sconnessi – asse portante e insieme relitto – che attraversa entrambi i registri cromatici, tenendo insieme le due metà come una spina dorsale lacerata. La materia stessa – legno, colore steso a corpo, superficie incisa e screpolata – si fa protagonista dell’opera più della forma: non illusione pittorica ma corpo fisico, ferita e stratificazione. Il rosso acceso e il grigio spento, contrapposti senza mediazione, caricano l’insieme di una tensione drammatica, mentre l’elemento verticale ligneo, franto ma ancora eretto, allude a un’idea di resistenza e di rovina insieme, un relitto che, pur disgregato, mantiene la propria verticalità.
Rolando Rovati: astrazione cromatica, gesto, superficie come campo di energia.
Se Fatigati e Fraccalvieri misurano lo spazio con la geometria e con la materia, Rolando Rovati lo fa con il colore, inteso non come dato decorativo ma come forza autonoma. È un’eredità che risale a Kandinskij, primo a teorizzare il colore come energia capace di agire sulla percezione e sull’interiorità dello spettatore – ma in Rovati questa eredità si manifesta senza gli impianti teosofici della ricerca kandinskiana: il suo percorso, maturato lentamente tra formazione medica e viaggi in Oriente e Occidente, resta ancorato a un’esperienza personale del mondo, più empirica che sistematica.

Un’analoga tensione tra ordine e imprevedibilità attraversa la ricerca di Paul Klee, che elabora nella sua pittura una “regione di mezzo” in cui la struttura razionale non esclude mai un margine di scarto e di libertà del segno. In Rovati questa compresenza si traduce in una geometria che lascia spazio a variazioni e asimmetrie, ma – diversamente da Klee – senza trattenere alcuna eco del mondo visibile: è il gesto stesso, nel confronto con l’ordine compositivo, a generare la vitalità che la superficie restituisce allo sguardo.
Approdato a un linguaggio astratto personale solo negli anni Novanta, dopo una prima fase figurativa, Rovati costruisce una sintassi pittorica lenta, in cui l’irruenza del gesto incontra ordine, simmetrie e asimmetrie. Il colore è denso, saturo, costruito più per accumulo che per vibrazione – una densità “tappezzeria” che nelle opere su tavola Caleidoscopio e Città di notte lo allontana dalla purezza non-oggettiva di Delaunay e lo avvicina piuttosto a una sensibilità da collage cubista.
A questa tensione corrisponde una varietà tecnica altrettanto ampia – smalti, acrilici, pennarelli, china, collage – in cui il colore si fa materia visiva prima ancora che immagine, in un continuo scambio tra ordine e libertà, tra gesto e struttura.

L’opera si articola per campiture nette e contrapposte di nero, giallo e azzurro che dividono la superficie in settori geometrici quasi araldici, dentro cui si dispiegano due diversi registri figurativi. A sinistra, entro una cornice bianca che isola l’immagine come un quadro nel quadro, un affollamento di forme rosse e nere si addensa su fondo giallo: una massa organica di elementi meccanici e biomorfi che si intrecciano fitti, quasi indecifrabili, punteggiati da un piccolo occhio che ne suggerisce una vaga fisionomia. A destra, su fondo azzurro, un pendolo di forme circolari e ingranaggi blu scende dall’alto, popolato a sua volta da una trama minuta di dettagli meccanico-organici, in dialogo speculare con la massa rossa di sinistra. In basso, un elemento a pentagono nero con disco rosso centrale e fasce parallele introduce una terza figura geometrica, quasi un contrappeso strutturale all’insieme.
Il risultato è una composizione fortemente costruttiva, dove la scansione geometrica dei campi cromatici – memore della lezione di Kandinskij e Klee nell’uso del colore come forza organizzativa dello spazio – fa da contenitore rigoroso a un affollamento figurale caotico e minuzioso, in una tensione tra ordine dell’impianto e proliferazione del dettaglio.

Equilibri dello spazio — tra colore e materia è alla Patty’s Art Gallery di Treviso (via Barberia 42/44)
dal 5 al 27 settembre.
L’inaugurazione è sabato 5 settembre alle ore 18:30 , con la presentazione di Patrizia Stefani e l’intervento della dott.ssa Serenella Minto, critica e storica dell’arte.
Orari apertura:
da martedì a venerdì 15:30-19:30
sabato:
mattino 10:00-13:00 pomeriggio 15:30-19:30
domenica 15:30-19:30

























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