Venezia come mito attraverso immagini e leggende

da | Ago 20, 2026 | 0 commenti

Venezia è una città che sfida ogni definizione. Nata in modo misterioso, cresciuta senza un piano prestabilito, plasmata nei secoli da influenze lontane e diverse, ha finito per costruire un’identità artistica e urbana che non assomiglia a nessun’altra al mondo. In lei convivono, riconoscibili e stratificati, tutti i grandi momenti dell’arte occidentale: dal paleocristiano al barocco, dal gotico al neoclassicismo. Tra i tanti capitoli di questa straordinaria anomalia, uno spicca per fascino e unicità: quello dell’arte bizantina, visibile nelle chiese e nei mosaici di San Marco, di Torcello, di Murano. Un’eredità che affonda le radici in leggende antiche, in un intreccio di miti medievali che ancora oggi avvolge le origini della città.

E non dimentichiamo l’Otto e Novecento con l’inaugurazione nel 1895 della Biennale Internazionale d’Arte, e il 6 agosto del 1932 la prima manifestazione cinematografica al mondo: la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica all’Hotel Excelsior al Lido.

Che strana città è Venezia. Nata su lembi di terra circondati da acqua salmastra dai colori cangianti: verde-azzurro, celeste, blu, grigio argentato, turchese. Prese il nome dai Veneti dell’entroterra. Fu però un anonimo scrittore veneziano a suggerire che il nome Venezia nascondesse qualcosa di più: il latino veni etiam, torna di nuovo. Eppure, davanti a una città che sembra davvero sussurrare vieni ancora, è quasi impossibile darle torto.

Venezia, come un pesce dentro la laguna.

Chi guarda Venezia per la prima volta dal vaporetto o dall’aereo stenta a credere che quella distesa d’acqua intorno alla città non sia il mare. È la laguna: uno spazio anfibio sospeso tra la terra e l’Adriatico, separato dal mare aperto da una sottile lingua di litorali sabbiosi – il Lido, Pellestrina, il Cavallino – interrotta da tre bocche di porto attraverso cui la marea entra e defluisce due volte al giorno, regolando da sempre il respiro di questo mondo.

La laguna veneta è la più estesa del Mediterraneo: circa 550 chilometri quadrati di acque basse, canali, barene, valli da pesca, isole abitate e isole dimenticate. In essa vivono, o hanno vissuto, decine di comunità.

Carta idrografica della laguna di Venezia. Ufficio idrografico del Magistrato alle Acque, 1983.

Che la laguna fosse un organismo vivo e vulnerabile, la Serenissima lo comprese prima di chiunque altro. A partire dal Cinquecento, la Repubblica intervenne sistematicamente per regolare i flussi fluviali, deviare i fiumi che minacciavano di interrare i fondali, fissare i confini giuridici delle acque lagunari. Nacque così la conterminazione lagunare: un perimetro segnato da cippi di pietra che separava le acque della laguna da quelle dei fiumi e del mare aperto, tutelando un equilibrio idraulico che era anche, e soprattutto, un equilibrio politico ed economico. Quel confine, ridefinito nei secoli e documentato ancora nella Carta Idrografica del Magistrato alle Acque, esiste ancora oggi: segno che alcune intuizioni della Serenissima non hanno trovato smentita.

Cippo numero 21, Pellestrina.

Il cippo nella fotografia, che reca l’iscrizione “Margine / Di / Conterminazione / 1791”, è uno dei celebri cento cippi in pietra d’Istria che la Serenissima fece erigere lungo il perimetro lagunare. La conterminazione lagunare fu un’operazione di precisione idrogeografica e giuridica: stabilire con esattezza il confine tra laguna e mare aperto, e tra laguna e terraferma, per difendere l’equilibrio idraulico del bacino. I cippi in pietra d’Istria furono posizionati lungo i lidi, le bocche di porto e i margini interni: segnali fisici di una sovranità che era anche ecologica, ante litteram. Quello di Pellestrina è particolarmente evocativo proprio perché sopravvive sul margine stesso – acqua da un lato, terra fragile dall’altro – come se il confine che descrive fosse ancora, visibilmente, in bilico.

Jacopo De’ Barbari (1460/1470 –1516 ca.) Pianta prospettica della città di Venezia, 1500, acquaforte ebulino, 134.5 x 282 cm. Museo Civico Correr, Venezia.

In questo spazio d’acqua e di confine – né terra né mare, né interno né esterno – Venezia è nata, si è costruita e ha costruito sé stessa come mito. E come ogni mito che si rispetti, anche il suo ha bisogno di un’origine lontana, eroica, degna di un popolo che aveva scelto di vivere dove nessun altro avrebbe osato farlo. Una città nata sull’acqua sentiva forse più degli altri il bisogno di radicarsi nella terra: di appartenersi a un passato solido, antico, degno delle grandi civiltà del continente.

Ed ecco che nasce la “Venezia troiana”.

La “Venezia troiana”.

In un affascinante intreccio di miti e narrazioni medievali ecco le principali leggende sull’edificazione di Venezia.

Dal punto di vista storico non esistono prove di una reale origine troiana. Venezia nacque gradualmente tra il V e il VII secolo d.C., quando le popolazioni della Terraferma si rifugiarono nelle isole lagunari durante le invasioni di Unni e Longobardi. La “Venezia troiana” appartiene dunque alla memoria politica e mitologica del Medioevo, non alla ricostruzione storica moderna. Eppure queste leggende dicono qualcosa di vero: il bisogno di una città nuova di darsi un passato antico. Troia non era solo una città distrutta: era il simbolo della grandezza perduta e rinata altrove. Rivendicarne la discendenza era un linguaggio che il Medioevo capiva e onorava.

Giovanni Domenico Tiepolo (Venezia 1727 – 1804), La processione del cavallo a Troia, 1760, olio su tela 38,8 × 66,7 cm. National Gallery, Londra, Regno Unito.

Il mito troiano: le origini più antiche.

Le prime narrazioni sulle origini di Venezia, come quella raccontata da Martin da Canal nel XIII secolo, indicano che la città fu fondata dai Troiani in fuga. Secondo questa tradizione, i profughi erano guidati da Antenore, che dopo la caduta di Troia avrebbe fondato un territorio vastissimo – dalla Pannonia nell’Europa centrale (l’attuale Ungheria), fino all’Adda – con il suo centro ad Aquileia. Questo permetteva a Venezia di vantare un’origine più antica e più nobile di Roma stessa, con cui condivideva il medesimo sangue troiano: Antenore come padre dei Veneti, Enea come fondatore dell’Urbe.

Pompeo Girolamo Batoni (Lucca 1708 – Roma 1787), Enea in fuga da Troia, 1750 c. olio su tela, 76,7 x 97 cm. Galleria Sabuda, Torino.

Questa narrazione aveva un forte valore politico e simbolico: permetteva alla Venezia medievale di attribuirsi origini antichissime, rivendicare una nobiltà pari o superiore a quella di Roma e presentarsi come erede di una civiltà precedente all’Impero, legittimando così la propria indipendenza. La tradizione affondava le radici in Tito Livio e nell’Eneide di Virgilio, dove Antenore compare come fondatore di Padova; i veneziani medievali ampliarono poi la leggenda fino a includervi l’intera storia della Serenissima.

Giambattista Tiepolo(Venezia 1696 – Madrid 1770), Enea presenta Cupido travestito da Ascanio a Didone, 1757, affresco, 230 x 240 cm. Villa Valmarana ai Nani, Vicenza.

Va detto che quella veneziana non era un’invenzione isolata: nel Medioevo molte città italiane costruirono miti fondativi di analogo respiro. Padova rivendicava anch’essa Antenore come proprio fondatore, Roma si appellava a Enea, e numerosi comuni cercarono nelle rovine del mondo antico – greco o troiano – una legittimazione per la propria identità e autonomia. Il ricorso alla leggenda era dunque un linguaggio politico condiviso, che Venezia seppe piegare con particolare efficacia.

I miti altomedievali sulle origini di Venezia.

Una delle leggende altomedievali più diffuse vuole che la città sia stata fondata da fuggiaschi provenienti da Aquileia e dalla costa, costretti a trasferirsi in laguna dopo le devastazioni di Attila nel 452 d.C.

Le cronache veneziane mettono in scena anche un leggendario re di Padova, Gilius, uomo giusto e pio, come campione della lotta contro il crudele Unno. In alcune varianti, Gilius sfida addirittura Attila a una partita a scacchi, con quest’ultimo travestito da pellegrino – una scena quasi cinematografica. Temendo la distruzione di Aquileia, la regina Adriana, moglie di re Gilius, si fece condurre con le navi verso il mare. Secondo la leggenda, i profughi avvistarono tra le acque un lembo di terra più solida, da cui sarebbe derivato il nome di Dorsoduro, oggi sestiere di Venezia. Qui Adriana non solo avrebbe dato origine a una nuova comunità sull’isola, ma avrebbe anche edificato una piccola cappella di legno dedicata all’Angelo Raffaele.

Chiesa dell’Angelo Raffaele lungo il rio.

La chiesa dell’Angelo Raffaele sorge sul rio omonimo, nel sestiere di Dorsoduro a Venezia. È una delle più antiche della città, e la sua costruzione potrebbe essere legata proprio alla leggenda della regina Adriana. In questa posizione una prima chiesa fu distrutta da un incendio nell’899, e altri due roghi la colpirono nel 1106 e nel 1149, richiedendo ogni volta una ricostruzione.

All’inizio del Seicento le precarie condizioni statiche dell’edificio resero necessario un nuovo intervento radicale, che ne definì l’aspetto attuale. La straordinaria decorazione degli interni – dipinti e statue – proseguì poi nel corso del Settecento.

25 marzo 421: la data “ufficiale” e il mito della fondazione di Venezia.

Secondo il Chronicon Altinate (XI sec.), la fondazione di Venezia viene fatta risalire al 25 marzo 421, quando due consoli patavini sancirono la nascita della città con la posa della prima pietra della Chiesa di San Giacometo, sull’isola di Rivus Altus: l’attuale Rialto. Fissare la fondazione a Rialto serviva a legittimare quella parte di Venezia come il vero cuore politico e commerciale della città.

Anche se gli scavi archeologici suggeriscono che la struttura risalga all’XI o XII secolo, la data del “25 marzo” ha un fascino tutto suo e non è casuale. Ha un significato religioso: è il giorno dell’Annunciazione a Maria, e un contenuto astrologico. Coincideva con l’equinozio di primavera, simbolo di rinascita e nuova vita.

In sintesi, le leggende veneziane si sovrappongono e si arricchiscono a vicenda nei secoli, mescolando eroi troiani, santi, regine coraggiose e condottieri barbari: il tutto per costruire l’immagine di una città nata per volere divino, unica e inimitabile.

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Veduta del Campo e della chiesa di San Giacomo di Rialto, 1740-1760 ca. olio su tela, National Gallery of Canada, Ottawa.

639: nasce il ducato bizantino marittimo, e viene fondata la basilica di Torcello.

L’isola di Torcello, abitata già in epoca romana, era diventata rifugio per le popolazioni fuggite dalle invasioni longobarde – in particolare da Altino, città romana sulla via Annia – e poi sede episcopale nel 638.

La basilica di Santa Maria Assunta, originariamente intitolata a Santa Maria Genitrice come attesta un’epigrafe scoperta nel 1895, è la struttura religiosa più antica della laguna veneta. Fondata nel 639, fu ampliata e rinnovata nel IX secolo, nel 1008 e infine nel 1423. Accanto ad essa sorse la chiesa bizantina di Santa Fosca.

La Torcello di oggi è ben diversa da quella che era un tempo. L’isola era piena di case, canali, magazzini, edifici religiosi: la chiesa di San Marco, San Pietro, San Cataldo, Sant’Andrea Apostolo, l’abbazia di San Tommaso Apostolo, il convento di San Giovanni Evangelista, la chiesa di Sant’Antonio Abate, quella di Sant’Angelo e di Santa Margherita. Un vero arcipelago di fede, oggi quasi del tutto evaporato.

L’isola di Torcello vista dall’alto.

La magnifica chiesa di Sant’Antonio e il monastero di origini antichissime di San Giovanni Evangelista sono scomparsi, soppressi dagli editti napoleonici (il primo nel 1806, il secondo nel 1810). Gli edifici, passati al Demanio, furono abbandonati e demoliti nel giro di qualche decennio.

Le opere di questi edifici si sono disperse in più luoghi, anche all’estero. E due dipinti attribuiti alla bottega del Veronese, raffiguranti profeti ai lati del presbiterio di Sant’Antonio Abate, sono scomparsi. La loro localizzazione è a tutt’oggi ignota.

I commerci tra la laguna, l’entroterra e il mare.

I primi abitanti della laguna traevano sostentamento da ciò che l’acqua e il fango offrivano: pescavano, cacciavano, raccoglievano molluschi e piante palustri. Ma fu il sale – estratto per evaporazione nelle valli lagunari – a diventare la vera moneta di scambio, il primo motore di un commercio ancora embrionale. Con l’arrivo dei profughi dell’entroterra, portatori di mestieri, saperi e reti di relazioni, quell’economia di sussistenza cominciò a trasformarsi. Dal sale e dal pesce, quasi impercettibilmente, stava nascendo qualcosa di molto più grande. In sostanza, fu proprio la posizione geografica anfibia della laguna – né terra né mare aperto – a forgiare un popolo di mediatori, commercianti e navigatori, che trasformò la povertà di risorse naturali in una straordinaria vocazione mercantile.

Veduta di Malamocco sul lato laguna, Lido di Venezia, stampa calcografica da incisione, probabilmente realizzata tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.

L’attività commerciale della laguna era molto importante anche per l’entroterra. I fiumi costituivano le principali vie di comunicazione e trasporto delle merci: attraversavano la laguna e si dirigevano verso il mare. Il Sile collegava Altino a Torcello, mentre il Brenta – allora chiamato Metamauco o Medoacus – si divideva in due rami: uno portava a Malamocco, situato alla foce, l’altro passava per quello che oggi chiamiamo Canal Grande e che presenta un andamento sinusoidale tipico di un fiume profondo.

Veduta del porto di Malamocco sulle rive di Venezia, inciso da Antonio Sandi (1733 -1817), dipinto da Francesco Tironi (c.1745-1797).

Tra l’VIII e il IX secolo Malamocco, il cui nome ha origine proprio dal fiume Brenta (Metamauco o Medoacus) divenne addirittura la sede del Ducato di Venezia prima che il potere si spostasse verso Rialto, nucleo della futura Venezia. Al momento non esiste un sito identificato con certezza come l’antica capitale ducale di Metamauco e una mappa archeologica definitiva della sua posizione. Per questo motivo l’antica Metamauco rimane uno dei maggiori enigmi archeologici della Laguna di Venezia: sappiamo che esisteva, che fu una delle prime capitali ducali veneziane. Probabilmente venne distrutta da una mareggiata e abbandonata tra XI e XII secolo, fu poi riedificata in posizione più sicura sull’isola del Lido, ma la sua localizzazione esatta continua a sfuggire agli studiosi.

812: il duca o “Doge” si trasferisce a Rialto e inizia la storia urbana di Venezia.

L’812 è un anno che cambia tutto. Intorno, il mondo si sta ridisegnando: a sud e a est, l’Islam ha già travolto e cambiato il volto del Mediterraneo, trasformando per sempre le rotte del commercio e del potere; a ovest, Carlomagno consolida il suo impero e ridisegna l’Europa cristiana forgiando un nuovo impero in Occidente. In questo scacchiere in movimento, quasi in bilico tra i due mondi Venezia nasce come città vera: il Doge Agnello Particiaco sposta la sede del governo a Rialto (rivus altus, che significa “fiume profondo”), un nome fino ad allora sconosciuto, e scrive la prima riga di una storia urbana senza precedenti.

La scelta, considerata a posteriori, appare coraggiosa e straordinaria: da quel momento comincia la storia di Venezia.

Vittore Carpaccio (1465 – 1526), Miracolo della Santa Croce al Ponte di Rialto, 1496 ca. tempera su tela. 365 x 389 cm. Sala XX con i miracoli della Reliquia della Croce, Gallerie dell’Accademia, Venezia. Foto di Didier Descouens.

Il dipinto raffigura la guarigione di un indemoniato operata dal Patriarca di Grado Francesco Querini con la reliquia della Santa Croce, custodita dalla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista. La scena si svolge nella loggia del suo palazzo a Rialto, mentre attorno scorre la vita quotidiana di Venezia con gondole, patrizi e popolani. Il Canal Grande occupa buona parte della tela con il ponte di Rialto ancora in legno, nella versione del 1458, con la parte centrale mobile per consentire il passaggio delle imbarcazioni più alte. Carpaccio trasforma il fatto sacro in uno straordinario documento della Venezia di fine Quattrocento: la città è protagonista quanto il miracolo. Da notare un piccolo cagnolino sulla prua di una gondola – poche virgole di colore, e Carpaccio lo rende indimenticabile.

31 gennaio 828: la leggenda di San Marco e la profezia dell’angelo.

La storia del trafugamento delle reliquie di San Marco è uno di quei momenti in cui leggenda, fede e astuzia mercantile si intrecciano in modo straordinario.

Michele Marieschi (Venezia 1710 – 1744), Il Ponte di Rialto da Sud, olio su tela, 56 x 84,7 cm. Collezione privata.
Quest’opera di Marieschi raffigura il ponte di Rialto costruito in pietra tra il 1588 e il 1591 su progetto di Antonio da Ponte, dopo il crollo definitivo del precedente ponte di legno nel 1524. 

La leggenda narra che l’evangelista, durante un viaggio verso Roma – o tornando ad Alessandria, chissà –, trovò riparo in una delle isole della laguna, dove un angelo gli annunciò la costruzione di una grande città in suo onore, che avrebbe custodito il suo corpo. Per sigillare questo legame, il corpo di San Marco venne trafugato da Alessandria d’Egitto da due veneziani – Bon da Malamocco e Andrea detto “Rustico” da Torcello –, che riuscirono a eludere la dogana nascondendolo sotto la carne di maiale.

Jacopo Robusti detto Tintoretto (Venezia 1518-1594), Trafugamento del corpo di San Marco (1562-1566), olio su tela, 398 x 315 cm. Gallerie dell’Accademia, Venezia.
Tintoretto restituisce il momento nel suo caos drammatico, con quella luce irreale e i corpi in torsione tipici del Manierismo veneziano.

La realtà storica è però più complessa della leggenda, e per certi versi ancora più affascinante. Al porto di Alessandria arrivarono ben dieci navi veneziane, con un equipaggio dai nomi latini, greci, ebraici e francesi: un contingente multinazionale al servizio di quella che sarebbe diventata la Serenissima. Bon e Rustico non erano semplici mercanti, ma veterani reduci di battaglie navali, inviati direttamente dal Doge Giustiniano Particiaco con un’ingente quantità di metallo prezioso per eventuali contratti o pagamenti degli alessandrini. Il 31 gennaio 828 le reliquie giunsero a Venezia. La profezia dell’angelo, reale o immaginata, si era compiuta: la città aveva il suo santo, e il suo santo aveva la sua città.

Mosaico nella lunetta del quinto portale, I doganieri e il trafugamento da Alessandria del corpo di San Marco, rifatto nel 1660.

Nel mosaico non si leggono parole ma espressioni, le reazioni dei doganieri egiziani sono piuttosto esplicite: uno si tappa il naso, l’altro con la mano esprime disgusto e ruota il viso dall’altra parte.

Maiale, maiale (Kanzir, Kanzir)” urlano atterriti i soldati mussulmani del porto di Alessandria d’Egitto, mentre i due mercanti veneziani fanno passare sotto il loro naso la cesta con il corpo dell’evangelista nascosto sotto la carne suina. La scena del trafugamento è illustrata, come fosse un fumetto, nei mosaici all’interno del presbiterio di San Marco, la più importante chiesa di Venezia.

Alberto Prosdocimi (Padova, 1852 – Venezia, 1925), Facciata odierna di San Marco nell’anno 1881, acquarello. Progetto editoriale di Ferdinand Ongania che raccoglie in più volumi con tavole di altissima qualità: fotografie, rilievi architettonici, riproduzioni di mosaici, destinata a documentare la basilica in modo sistematico ed enciclopedico. Prosdocimi fu uno dei principali collaboratori pittorici di questa impresa.

Degli oltre ottomila metri quadrati di mosaici della basilica, molti sono quelli che illustrano le vicende del santo a cui è dedicata. La vicenda è ripetuta anche all’esterno, nelle lunette sopra le porte d’accesso, come una storia che si legge da destra verso sinistra, nel senso del percorso di chi arrivava a Venezia sull’acqua e sbarcava sul molo. Una città che racconta sé stessa prima ancora che tu entri e calpesti le sue pietre.

C’è una ragione precisa per tanta insistenza. San Marco aveva scritto il suo Vangelo sotto dettatura di Pietro: il fondatore stesso della Chiesa. Possedere le sue reliquie non era pura devozione: era un argomento politico. Venezia, con quel corpo custodito in laguna, prima ancora di essere veramente costruita diventava una tra le più importanti città del medioevo cristiano.

Nel 1094 le reliquie di San Marco vennero portate in Basilica. Nel 1260 il simbolo di Venezia diventò il leone alato.

Il leone: dalla fede all’immagine politica.

Durante una tempesta un angelo, indicandogli le isole della laguna, saluta san Marco dicendogli: “Pace a te, o Marco, qui riposerà il tuo corpo”.  L’angelo, oltre a profetizzare l’arrivo del corpo di san Marco fornisce anche il motto che comparirà nel libro aperto tra le zampe del leone alato che rappresenta il santo: “Pax tibi Marce / evangelista meus” – Pace a te, o Marco, mio evangelista –.

Leone alato e “andante” di San Marco sulla facciata della Scuola Grande di San Marco a Venezia con il libro aperto: “Pax tibi Marce, evangelista meus”.
Vittore Carpaccio (Venezia 1465-1526) Leone di San Marco, 1516, tempera su tela, 130 x 368 cm. Palazzo Ducale, Venezia.

Nell’immagine, dipinta da Carpaccio, si vede come il cosiddetto “leone andante” avesse le zampe posteriori nell’acqua e le anteriori sulla terra a ricordare il dominio anfibio di Venezia. La scelta di rappresentare il leone in posizione trionfante, con lo sguardo fiero rivolto allo spettatore, rispondeva quindi a una precisa volontà di riaffermazione simbolica del prestigio veneziano, quasi un manifesto visivo della ritrovata fiducia della Serenissima nelle proprie istituzioni e nel proprio destino.

Sullo sfondo si distende un panorama lagunare di straordinaria precisione topografica: si riconoscono il Palazzo Ducale, la Basilica di San Marco con i suoi mosaici dorati, il Campanile e le colonne della Piazzetta, a testimoniare come Carpaccio intendesse celebrare non soltanto il santo patrono, ma l’intera città come soggetto sacro e politico insieme.

Cima da Conegliano (Conegliano 1459-1518 ca.) Il Leone di San Marco affiancato dai santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Girolamo, 1508, olio su tela, 205.5 × 499.5 cm. Gallerie dell’Accademia, Venezia.
Leone moeca in pietra Istria.

Il leone in moeca è una versione frontale più compatta: le ali si aprono a ventaglio formando una figura quasi circolare, che ricorda una “moeca” (il granchio molle della laguna veneziana).

Era usato soprattutto quando lo spazio era ridotto: sigilli, monete, stemmi, bassorilievi e documenti ufficiali.

Leone a Valstagna, 1705, Vicenza. Pietra dipinta 160 x 220 cm.

Nelle raffigurazioni più antiche il Leone di San Marco compare spesso con il libro chiuso, ma la spada, la coda sollevata e l’aspetto fiero e combattivo ricorrono soprattutto nei paesi di confine, dove gli scontri con i nemici della Serenissima erano frequenti. A Valstagna questa grande figura del Leone ricorda le vittorie dei valstagnesi contro le truppe di Massimiliano nel 1500. Il paese, che forniva alla Repubblica di Venezia i pregiati legnami destinati alle navi dell’Arsenale, era un avamposto strategico e un alleato commerciale prezioso, anche come porto fluviale dell’Altopiano di Asiago.

San Marco: il mito che diventa potere.

Portare il corpo dell’evangelista Marco a Venezia significava offrire alla città una legittimazione spirituale immensa. Un santo di rango apostolico diventava il nuovo, prestigioso emblema della comunità veneziana che si stava formando in laguna. Eppure i veneziani non dimenticarono il loro antico patrono greco‑bizantino, che continuò a dominare dall’alto di una delle due colonne innalzate nella piazzetta di San Marco.

Le colonne in Piazzetta San Marco con il leone alato e san Teodoro.

Nel XII secolo, i due superbi fusti monolitici di granito orientale avevano il compito di accogliere i viaggiatori che approdavano in città. Entrando con una imbarcazione nel Bacino si scorgevano le due figure, che annunciavano la potenza e la storia di Venezia: da una parte il leone alato, simbolo dell’evangelista Marco; dall’altra san Teodoro di Amasea – Tòdaro per i veneziani – raffigurato nell’atto di uccidere un drago.

Colonne in Piazzetta con il Leone di San Marco in bronzo e con San Teodoro di Amasea che uccide il drago.

Un’accoglienza di tutto rispetto per chi arrivava a Venezia dal Bacino: a destra l’evangelista patrono della città, a sinistra un antico santo guerriero di origine greca. Due immagini complementari che raccontavano, già al primo sguardo, l’identità complessa e orgogliosa della città.

È qui, forse, che il mito si fa più visibile: non nelle cronache, non nei documenti, ma in quelle due figure di pietra e bronzo che emergono dalla laguna come un’apparizione. Venezia non si spiega: si annuncia.

Forse è in questa tensione tra storia e leggenda, tra potere e sacro, che si nasconde il segreto di Venezia. Lo intuiva Virgilio Guidi (Roma 1891-Venezia 1984), pittore del Novecento, quando scriveva:

Inafferrabile forma
Tu sola, inafferrabile forma/
sei vera: chè segretamente/
nell'alveo della materna luce/
l'essenza del mondo tutta racchiudi.


Nell'articolo ho inserito La Primavera un brano delle Quattro stagioni del compositore e violinista Antonio Vivaldi (Venezia,1678 – Vienna, 1741).

Serenella Minto
Veneziana, liceo artistico e laurea in architettura. Autrice di articoli e saggi di critica d’arte e di un premiato testo di narrativa, ha collaborato con case editrici alla stesura di manuali di storia dell’arte e architettura. Inserita nell'Albo Speciale dei giornalisti del Veneto. Direttore responsabile della pubblicazione di "Veneto Arte". Curatrice dell’archivio dell’artista veneziano Yvan Beltrame.

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