Nata nel 2025, la Venice Climate Week, giunta alla sua seconda edizione svoltasi tra il 3 e l’8 giugno, ha aperto un nuovo dialogo tra arte, scienza e complessità del presente. Non un convegno sul clima. Non una “mostra d’arte” sul clima. Qualcosa di più difficile da definire e più interessante da guardare. Un modo diverso di stare dentro il presente e dove l’arte e la scienza hanno smesso di parlarsi da lontano.
L’edizione aveva un titolo chiaro: parlare del pianeta e della sua risorsa essenziale, l’acqua. Planet Aqua, Planet Peace. Una vera dichiarazione di metodo. Una lettura del contemporaneo che, attraverso la scenicità dell’arte e dei suoi allestimenti, ha provato a raccontare e far riflettere una città (e con sé il mondo) che nell’acqua ha la sua nascita, la sua fonte di evoluzione e il suo futuro.

Pistoletto e il Matrimonio con la Laguna
Il gesto di apertura lo diceva già tutto. Decine di persone vestite di bianco in Piazza San Marco che formano lentamente il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto.
Tre cerchi intrecciati concepiti nel 2003 come figura della riconciliazione tra natura e artificio umano.
Non una performance celebrativa, ma un’azione capace di trasformare la piazza in spazio di senso e il simbolo in corpo collettivo. A completare il gesto, un’azione ideata dallo stesso Pistoletto per l’occasione: il primo “Matrimonio con la Laguna“. Celebrazione simbolica e richiamo storico del Matrimonio con il Mare. Rito con cui la Serenissima sanciva ogni anno il proprio legame con l’Adriatico.
A interpretarla dal vero, Meg Avon, attivista britannica già nota per aver sposato simbolicamente un fiume, che davanti alla laguna rinnova lo stesso gesto.
Olafur Eliasson a Ocean Space
Sulla stessa linea di Pistoletto, Olafur Eliasson, artista danese-islandese tra i più influenti della scena internazionale contemporanea, noto per installazioni su larga scala che mettono in dialogo fenomeni naturali e percezione umana.
A Venezia, negli spazi di Ocean Space affacciati direttamente sul canale, ha aperto una conversazione su fiducia e trasformazione climatica.
Senza didascalie ha dialogato con l’acqua che è già parte delle sue mura, modulando il suo vocabolario fatto di luce, temperatura e cicli idrologici in modo naturale. Vocabolari visivi nati e costruiti in decenni di lavoro: dal celebre Weather Project alla Tate Modern fino alle installazioni sui ghiacciai, capaci di tradurre il cambiamento climatico non in un dato da leggere ma in un’esperienza da attraversare con il corpo.

Monteleone e la fotografia del reale
Su un registro diverso ma ugualmente necessario, la mostra fotografica Critical Minerals: Geography of Energy di Davide Monteleone, fotografo documentarista italiano vincitore del Leica Oskar Barnack Award 2024.
Le sue immagini, al pari delle opere pittoriche, hanno restituito geografie invisibili e critiche.
Le miniere di cobalto a cielo aperto di Kolwezi nella Repubblica Democratica del Congo, i bacini di evaporazione del litio nel deserto cileno di Atacama, le foreste di nichel a rischio deforestazione nel Sulawesi indonesiano. Una cartografia “visiva” del prezzo reale del cambiamento. Lontana dall’ottimismo delle dichiarazioni e prossima alla complessità dei territori. Capace di portare in superficie ciò che il discorso sulla sostenibilità tende sistematicamente a lasciare fuori campo: il prezzo dell’ambiente e dei più deboli che vivono in quell’ambiente depredato.
Un dialogo visivo che ha trovato una giusta vicinanza con le sculture ispirate agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile della FAO, presenti all’Aula Magna IUAV. Insieme hanno formato un dialogo a due direzioni. Una lettura più ampia. Capace di una attraversare la superficie visiva con i colori e le inquadrature, dando alla realtà un corpo visivo collettivo.

Emiliano Ponzi e As Above, So Below: immagine e immersione
Vicino alla fotografia, anche l’illustrazione. Emiliano Ponzi, tra i più riconoscibili della scena internazionale nel settore. Capace, attraverso la sua comunicazione visiva, di coniugare e condensare segno e testo dando forza e solidità alla fragilità dell’acqua.
Una tensione che trova la sua naturale continuazione in As Above, So Below, evento collaterale della 61a Esposizione Internazionale d’Arte ospitato alla Giudecca, curato da Elizabeth Zhivkova e Farah Piriye Coene per One Ocean Foundation e ZEITGEIST19.
Qui otto artisti internazionali, tra cui Marshmallow Laser Feast, la bio-artista giapponese Yoko Shimizu e il sound artist francese Antoine Bertin, hanno invitato osservatori e visitatori, attenti o meno, a cogliere una sfida visiva.
Attraverso suono, luce e strutture computazionali hanno dialogato con l’oceano, sistema vivente e intelligibile. Vasto e non lontano dall’umano. Diverso ma simile alla terra e al cielo. Vivo, rumoroso nel suo silenzio. Capace di dare nuova misura umana alla sua percezione.
L’arte come linguaggio universale
La Venice Climate Week 2026 non ha proposto risposte.
Non era questo il suo obiettivo e il suo compito. Ha saputo, però, costruire spazi che si sono fatti ponti per riflettere e comprendere il futuro del pianeta senza astrazioni. Dando corpo, ascolto, vista e tatto per farsi attraversare. Che ascolta. Che vede. Che sente. Che percepisce. E che vive ogni elemento del clima (dalla terra al cielo all’acqua) con la forma di espressione più trasversale: l’arte. Arte che non dà commento a una crisi. Ma cerca linguaggi. Unici e forse universali.














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