Venezia come immagine nel Settecento

da | Lug 9, 2026 | 0 commenti

Venezia: una città unica al mondo.

Venezia è forse l’unica città al mondo che esiste due volte: una volta nella laguna, fatta di pietre, acqua e silenzio, e una volta nell’immaginazione collettiva dell’Occidente, fatta di parole, dipinti e desideri. Le due Venezia non sempre coincidono. Eppure è proprio da questo scarto – tra la città reale e quella sognata – che nasce la sua potenza come immagine.

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Vedute delle chiese del Redentore e di San Giacomo alla Giudecca, con nave da guerra ormeggiata, olio su tela (1750 ca.), Collezione privata.

Venezia vista dall’alto.

Nessuna città ha prodotto di sé stessa un’iconografia tanto potente e tanto precoce – al punto che chi arriva a Venezia per la prima volta, in qualche modo, la riconosce. Già nel Cinquecento, con la veduta di Jacopo de’ Barbari, Venezia offriva al mondo uno sguardo su sé stessa: dall’alto, ordinata, trionfante. Molte altre furono le piante di Venezia che si susseguirono per tutto il Seicento e il Settecento e i secoli successivi, frutto di precisissime misurazioni e rilevazioni scientifiche.

Matthäus Merian il Vecchio (1593-1650), Veduta a volo d’uccello di Venezia, realizzata a metà del XVII secolo (Francoforte,1636?). Matthäus Merian incisore, artista ed editore svizzero è noto soprattutto per le sue piante e vedute di città estremamente dettagliate.
Ludovico Ughi, pianta topografica di Venezia, Washington Library of Congress. La mappa murale (in grande scala) di Venezia è la prima mappa della città basata su rilievi sul campo diLudovico Ughi, geografo e cartografico, edita per la prima volta da Baroni nel 1729. 

L’ immagine di Venezia non ha mai smesso di essere anche una narrazione: politica, simbolica, sentimentale. Un racconto che la città ha saputo costruire, proteggere e rinnovare nei secoli – e che nel Settecento, con il Grand Tour e i grandi vedutisti, raggiungerà la sua prima, straordinaria fioritura “pubblicitaria” internazionale.

I primi vedutisti: Vanvitelli e Carlevarijs.

Nel corso del Settecento la pittura veneziana produce la sua invenzione più duratura e la sua esportazione più redditizia: la veduta. Non si tratta soltanto di un genere pittorico, ma della costruzione sistematica di un’immagine – quella di Venezia stessa – destinata a un mercato internazionale di collezionisti, corti europee e i giovani aristocratici che partecipano al Grand Tour per studiare arte, architettura, storia e cultura classica in Italia.

Le piazze, i canali, i palazzi della città lagunare diventano quindi il soggetto di una produzione seriale, tecnicamente sofisticata, che anticipa per meccanismi e finalità ciò che chiameremmo oggi un’immagine pubblicitaria: ripetibile, riconoscibile, desiderabile.

Caspar van Wittel (Vanvitelli) (Amersfoort 1653-Roma 1736).

 Le premesse di questo linguaggio pittorico particolare vanno cercate fuori Venezia, nella veduta esatta elaborata a Roma e a Napoli da Caspar van Wittel, italianizzato in Vanvitelli, che per primo applica il rigore prospettico e l’uso della camera ottica alla rappresentazione documentaria della città.

Caspar van Wittel (Vanvitelli) (Amersfoort 1653-Roma 1736), L’ingresso del Canal Grande con la chiesa della Salute, olio su tela, 74 x 123 cm. Roma, Galleria Colonna.
Caspar van Wittel (Vanvitelli) (Amersfoort 1653-Roma 1736), Veduta di Venezia dall’isola di San Giorgio, 1697, olio su tela, 99 x 174 cm. Museo Nazionale del Prado, Spagna.
Caspar van Wittel (Vanvitelli) (Amersfoort 1653-Roma 1736), La Piazzetta dal Bacino di San Marco, 1700 ca., olio su tela, 27 x 42 cm.  Galleria Doria Pamphilj a Roma.

Luca Carlevarijs o Carlevaris (Udine 1663 – Venezia 1730).

Anche Carlevarijs, figlio di un matematico e anch’egli versato per questa disciplina, in contatto con Vanvitelli a Roma e poi a Venezia. Nelle sue vedute incise e dipinte rimane legato al taglio scenografico, e usa la prospettiva come mezzo di coordinamento visivo e non di illusione spaziale. Fa coincidere la veduta prospettica con quella ottica accompagnando il degradare delle grandezze con l’addensarsi di velature trasparenti che rendono lo spessore dell’atmosfera.   

Luca Carlevarijs o Carlevaris (Udine 1663 – Venezia 1730), L’ingresso dell’ambasciatore francese a Venezia nel 1706, 1706-08 ca. olio su tela, 130 x 260 cm. Rijksmuseum.
Luca Carlevarijs o Carlevaris (Udine 1663 – Venezia 1730), Veduta del Palazzo Ducale dalla Riva degli Schiavoni, 1710 ca. olio su tela, 70 x 118 cm. Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini, Roma.

I Grandi Vedutisti: Canaletto, Bellotto e Guardi.

È a Venezia, tuttavia, che questo linguaggio trova la sua bottega più prolifica e il suo mercato più vasto: Canaletto, Bellotto e Guardi – ciascuno con una propria concezione della verità ottica – trasformano la veduta in un genere autonomo, capace di coniugare esattezza documentaria e invenzione scenografica, fino ai margini più drammatici esplorati da Michele Marieschi.

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768).

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, eredita dal padre scenografo la padronanza della prospettiva: una formazione che orienta fin da subito il suo sguardo verso la costruzione geometrica dello spazio, non verso la resa atmosferica. Il soggiorno romano del 1719, a contatto con Pannini e van Wittel, lo avvicina alla veduta dal vero come genere autonomo; ma è a Venezia, dopo il rientro, che questo genere si salda con l’uso sistematico della camera oscura.

Lo strumento non va inteso come scorciatoia tecnica, bensì come garanzia epistemologica: la camera oscura certifica l’esattezza della veduta, la rende verificabile, e in questo risiede la sua funzione nel mercato. La domanda inglese – legata al collezionismo del Grand Tour ma anche a una logica di investimento – premia precisamente questa qualità: un’immagine di Venezia che si offre come documento oltre che come pittura. Non sorprende che Canaletto lavori a Londra dal 1746 al 1756, portando altrove lo stesso principio di verifica ottica che aveva applicato al bacino di San Marco.

Il riconoscimento tardivo da parte dell’Accademia – e la povertà degli ultimi anni, nonostante il successo commerciale – segnalano una frizione che è insieme biografica e critica: la sperimentazione tecnica di Canaletto anticipa i tempi più di quanto le istituzioni sappiano assorbire.

Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Piazza San Marco verso la Basilica, olio su tela (1723 ca.), Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.
Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Veduta di Piazza San Marco, olio su tela, 73 x 94 cm. Collezione privata.
Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Santi Giovanni e Paolo e la Scuola di San Marco, (1726), olio su tela, 90.5 x 136 cm. Collezione privata.
Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Veduta del Canal Grande dalla Punta della Dogana verso Santa Maria della Carità Venezia,olio su tela (1729-30), Royal Collection Trust, London.
Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Entrata al Canal Grande, olio su tela (1730 ca.), 49,6 x 73,6 cm. Museum of Fine Arts, Houston, Texas.
Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto (Venezia 1697-1768), Campo dei Santi Giovanni e Paolo, (1725 ca.), olio su tela, Dresda, Gemäldegalerie.

Bernardo Bellotto (Venezia, 1721-Varsavia, 1780). 

Bernardo Bellotto è noto anche come Canaletto, nome adottato su suggerimento dello zio Antonio Canal, non solo per affetto, ma per calcolo commerciale, secondo la prassi delle botteghe familiari veneziane del Settecento: le sue vedute veneziane, non a caso, si distinguono a fatica da quelle dello zio.

È un viaggio a Roma, dove studia i fiamminghi e olandesi del Seicento e soprattutto le incisioni di Piranesi, a liberarlo in gran parte da quell’influenza. Resta inoltre l’unico vedutista veneziano del secolo ad aver operato con continuità in diverse capitali europee, senza quasi più fare ritorno in patria.

Bernardo Bellotto, Il Canal Grande verso sud, dai Palazzi Foscari e Moro Lin fino a Santa Maria della Carità, Venezia, (1738 circa), olio su tela. Collezione privata.

Il dipinto appartiene alla prima attività di Bellotto, quando è ancora a Venezia e risente della grande influenza dello zio, il Canaletto. Ma già in questo dipinto è possibile scorgere il tratto inconfondibile della sua pittura: l’estrema chiarezza dell’impianto compositivo, messo a fuoco da una luce, in questo caso frontale, che serve a colpire direttamente gli occhi dello spettatore, quasi egli si trovasse realmente nel punto dal quale sta osservando la città, con il suo canale pullulante di vita.

Bernardo Bellotto (Venezia, 1721-Varsavia, 1780), Il Campo di SS. Giovanni e Paolo, Venezia, (1743-47), olio su tela, 70.8 x 111 cm. National Gallery of Art di Washington, D.C.

La differenza sostanziale con Canaletto riguarda la concezione della verità ottica: nello zio la veduta è un “motivo” da cui muovere verso una sperimentazione libera, fatta di sfasature prospettiche e ombre calcolate, tese a trasformare la città in uno spazio mentale. In Bellotto, invece, il realismo si spinge fino a sfiorare il metafisico, in un’atmosfera lunare, vitrea, talvolta metallica. Anche la luce, che pure definisce le architetture come nello zio, ha funzione opposta: atmosferica e credibile in Bellotto, al servizio di edifici reali; ingannevole e scenografica in Canaletto, al servizio di un mondo immaginato.

Bernardo Bellotto (Venezia, 1721-Varsavia, 1780), Il rio dei Mendicanti e la Scuola di San Marco, (1740 circa), olio su tela, 41 x 59 cm. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

Una delle rarissime opere del Bellotto conservate a Venezia, realizzata nel primo periodo di attività e ancora vicina alla lezione dello zio Canaletto, da cui però si distingue per una più marcata attenzione alla dinamica luminosa: qui usata per fissare con precisione l’ora del giorno. La luce radente delle ultime ore prima del tramonto lascia in ombra il lato sinistro del canale, illuminando invece la riva destra: vi si staglia palazzo Dandolo, che copre quasi interamente la facciata della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, e il blocco della Scuola di San Marco, di cui si vedono facciata e fianco. La stessa luce taglia in diagonale l’arco del ponte e accende i ferri di prua delle gondole.

Le due rive convergono a circa un terzo della composizione, all’altezza della cupola – qui dilatata – di San Michele: la costruzione prospettica genera un triangolo di cielo che culmina esattamente nel punto di fuga. La nitidezza quasi tagliente della luce, lungi dal produrre un effetto freddo, si accompagna a un tono sottilmente sentimentale.

Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793).

Francesco Guardi non fu solo un vedutista, ma un pittore di ampi interessi; la sua formazione avvenne nella bottega del fratello Giovanni Antonio, con il quale realizzò numerose opere di collaborazione.

Quando Francesco si dedicherà autonomamente alla veduta, la sua interpretazione andrà in senso nettamente opposto rispetto a quella del Canaletto; Francesco darà ai suoi personaggi un tono fantastico e capriccioso, disattendendo il rigore razionalistico-illuminista delle riprese del Canaletto, e proponendo una pittura tutta sfatta da piccoli, vibranti e luminosi grumi di colore; la pittura sembra fermarsi alla superficie del quadro, indugiando su se stessa, provando accordi e mescolanze cromatiche e perdendo ogni pretesa di rappresentazione del mondo esteriore.

Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), Regata sul Canal Grande, olio su tela (c.1777) Collezione Calouste Gulbenkian di Lisbona.
Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), le Fondamenta Nuove con la laguna e l’Isola di San Michele, 1758, olio su tela, 72x120cm., Collezione privata.
Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), Piazza San Marco, olio su tela (tra il 1760 e il 1770), 62 x 96 cm. Accademia Carrara, Bergamo.
Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), Il rio dei mendicanti al convento dei Domenicani, olio su tavola, 19.5 x 15 cm. Pinacoteca dell’Accademia Carrara di Bergamo.

Le vedute dipinte da Guardi offrono un’interpretazione malinconica, che piacerà moltissimo ai visitatori di Venezia provenienti da ogni parte dell’Europa, che acquistano quadri come testimonianza di una città che non comprendono pienamente, considerandola una curiosità: la veduta, sottoposta a questo consumo, si trasforma inesorabilmente in curiosità e in folclore, in un “capriccio della moda”.  

Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), San Giorgio Maggiore, Venezia, olio su tela, (tra il 1765 e il 1775), 43 x 61 cm. Museo di San Pietroburgo, Russia.
Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), La festa dell’Ascensione in Piazza San Marco, olio su tela, 1775, Museo Calouste Gulbenkian a Lisbona.

Se in Canaletto la camera oscura garantisce l’esattezza della veduta, e in Bellotto quella stessa esattezza si irrigidisce fino all’inventario minuzioso, in Guardi lo strumento perde ogni funzione: non interessa più verificare il reale, ma dissolverlo. La luce, che in Canaletto certificava e in Bellotto quasi analizzava, in Guardi si fa pura vibrazione cromatica, priva di sorgente identificabile. La veduta resta il pretesto, non il fine: Venezia diventa superficie pittorica prima ancora che luogo riconoscibile – l’ultima, radicale smentita della pretesa ottica che aveva fondato il genere.

Francesco Guardi (Venezia, 1712 – 1793), Gondole sulla Laguna (Laguna grigia), olio su tela, 1765, 31 x 41.8 cm. Museo Poldi Pezzoli, Milano.

Quest’opera è considerata uno dei vertici del vedutismo di Francesco Guardi. Alcune gondole solcano la distesa d’acqua calma, mentre all’orizzonte, nella luce del tramonto, si intuisce un tratto dell’estuario – forse prolungamenti dell’isola di Murano, qui restituite con un taglio insolito nella produzione del pittore. La tavolozza si riduce a grigi e azzurri, con acqua e cielo che si fondono, separati solo dalla sottile fascia di edifici e campanili in lontananza. L’ipotesi che si tratti del frammento di un dipinto più ampio è legata all’esame della trama della tela lungo i bordi dell’opera. La critica riconosce comunque all’opera un valore anticipatore rispetto agli sviluppi ottocenteschi della pittura di paesaggio.

Michele Marieschi (Venezia 1710 – 1744).

Michele Marieschi è un personaggio affascinante e un po’ malinconico – una vita brevissima, una carriera lampo di soli sette anni, eppure lasciò un segno. Fu pittore, incisore, scenografo, e dipinse principalmente vedute di Venezia. Meno noto del contemporaneo Canaletto e di Francesco Guardi, era figlio di un incisore. Morì a soli 33 anni, lasciando un corpus di opere ancora oggi oggetto di studio e talvolta di dibattito attributivo.

Michele Marieschi (Venezia 1710 – 1744), Palazzo Ducale, 1735, olio su tela, 41 x 52 cm. National Museum in Varsavia.

Il confronto con Canaletto è inevitabile, ma non schiacciante: mentre Canaletto prediligeva una rappresentazione più lucida e precisa della realtà, Marieschi introdusse una maggiore libertà pittorica, esprimendo un’emotività più evidente nelle sue opere. Usava la camera ottica per le distorsioni prospettiche, e le sue vedute hanno spesso un respiro più atmosferico, quasi teatrale: non a caso veniva dal mondo della scenografia.

Michele Marieschi (Venezia 1710 – 1744), Ponte di Rialto a Venezia,(1741 ca.), olio su tela, 131 x 196 cm. Museo dell’Ermitage, Russia.

Michele Marieschi fu attivo a Venezia per un periodo brevissimo ma produsse un numero significativo di vedute del Canal Grande, spesso caratterizzate da un taglio scenografico-teatrale, luce calda e una certa libertà compositiva rispetto al rigore prospettico di Canaletto. Le sue vedute del Ponte di Rialto sono tra i soggetti più ripetuti della sua produzione e di quella della sua bottega, esistendo in numerose versioni e varianti, alcune autografe, altre di collaboratori o seguaci (Marieschi pubblicò anche una raccolta di incisioni che diffuse ampiamente questi schemi compositivi).

In questa veduta, e nell’opera successiva, si notano elementi tipici: il taglio leggermente più ravvicinato e “abbassato” rispetto a Canaletto, l’enfasi sulla vita quotidiana (i facchini, le balle di merci in primo piano, i gondolieri), e i panni stesi sulle botteghe del ponte, dettaglio pittoresco ricorrente.

Michele Marieschi (Venezia 1710 – 1744), Il Ponte di Rialto da Sud, olio su tela, 56 x 84.7 cm. Collezione privata, Milano.

Il Grand Tour aveva bisogno di un’immagine da riportare a casa, i collezionisti di un’immagine da acquistare, l’Europa intera di un’immagine da desiderare: Venezia, ancora una volta, seppe offrirsi. Il Settecento non ha ritratto Venezia: ne ha completato l’invenzione.

Nell’articolo ho inserito l’Inverno un brano delle Quattro stagioni del compositore e violinista Antonio Vivaldi (Venezia,1678 – Vienna, 1741).

Serenella Minto
Veneziana, liceo artistico e laurea in architettura. Autrice di articoli e saggi di critica d’arte e di un premiato testo di narrativa, ha collaborato con case editrici alla stesura di manuali di storia dell’arte e architettura. Inserita nell'Albo Speciale dei giornalisti del Veneto. Direttore responsabile della pubblicazione di "Veneto Arte". Curatrice dell’archivio dell’artista veneziano Yvan Beltrame.

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