Dal 22 Novembre al 9 Dicembre alla Barchessa Villa Quaglia di Treviso
La mostra e la presentazione sono a cura del Critico d’Arte e Curatrice Maria Palladino
Inaugurazione Sabato 22 Novembre ore 17:30
L’esposizione raccoglie una selezione di opere di periodi differenti nella produzione dell’artista, accomunati dalla suddivisione classica per generi: paesaggio, figura, natura morta. Sintesi di una lunghissima carriera, iniziata nel 1958 a partire da un incontro improvviso e casuale, quanto illuminante, con i colori. Intrisa di istanze espressioniste, naturaliste, simboliste, come anche di alcuni spunti surrealisti e romantici, la pittura di Giancarlo Cuccù si sostanza di grande afflato umano, di quella “pietas” che accomuna tutti gli individui in un unico percorso terreno, come anche della curiosità acuta e sperimentatrice e dello sguardo indagatore del clinico, per cui l’entusiasmo della ricerca non è mai sopito.
Quale spazio occupa il ricordo all’interno della tua poetica?
I ricordi ci appartengono e a volte tornano in mente. Rivissuti e rielaborati a seconda dell’impatto che ci hanno lasciato L’amico editore Andrea Livi infatti ha scritto: «Nei suoi quadri si avverte la rielaborazione di immagini di memoria fino alla trasfigurazione in opere di elevata tensione».
La tua pittura è stata definita “espressionista”, sei d’accordo con questa definizione? O quali altre componenti ravvisi?
Se ci riferiamo all’espressionismo tedesco certamente no, se invece pensiamo a figure come Munch, Giacometti, Bacon, Varlin, Chagall, Soutine, Rouault e Scipione fra gli italiani, pittori del dolore, dell’angoscia esistenziali, tragica, violenta e distruttiva siamo sulla strada giusta.
Il colore che adoperi è denso, pastoso, dà l’idea di un lavorio incessante sull’opera e di stesure e rimaneggiamenti successivi, è così? Come si attua la genesi di un tuo dipinto? Quali sono le tappe?
Quasi mai sono soddisfatto dell’opera finita, allora ci ritorno sopra, a volte per giorni e mesi. Per cercare di migliorala, a volte sii rischia di danneggiarla in modo irreparabile. L’opera può nascere da un ricordo, da un volto, da un avvenimento, da un viaggio. Si comincia con i disegni e poi si passa all’opera dipinta.
L’incanto del paesaggio marchigiano diviene nei tuoi dipinti specchio dell’interiorità, un diario intimo riflesso nella natura, che muta costantemente e impercettibilmente con il mutare delle stagioni, della morfologia ambientale, dell’intervento umano. Come vivi questo rapporto costante con i tuoi luoghi d’affezione tradotti in pittura?
Il paesaggio marchigiano, quello che da Fermo si inoltra verso l’interno fino a Petritoli, Monte Vidon Combatte, San Procolo e Collina Nuova ha rappresentato per me la libertà di vivere all’aria aperta fin da piccolo.



La luce assume una posizione preponderante nella tua poetica, rappresenta la scintilla da cui ha origine la vita. L’interrogativo sembra essere in che modo si inneschi il barlume dell’esistenza in qualsiasi essere. Da clinico, e da artista, ritieni di aver scoperto ove risieda l’innesco e in che modo si attivi?
La luce è importante per ogni pittore, Non tanto quella che viene dall’esterno, ma proprio quella che viene dall’interno del colore. È questo un dono che hanno i giganti della pittura.
La “Pietas” e il sentimento di fratellanza ideale di tutti gli esseri umani pare costituire un elemento importante nel tuo bagaglio concettuale. Ritieni – e se sì in che modo – che l’arte possa produrre un effetto sulle coscienze e in qualche maniera smuoverle, pertanto essere edificante?
Penso di annoverarmi tra i pittori della “Pietas” che si sono fatti carico del dolore e dell’angoscia del mondo. Per questo amo dipingere bambini, folli, emarginati, esclusi. «…perché l’arte quella vera e partecipata emotivamente non quieta l’anima, ma la turba le impone di riflettere con sé stessa», Stefano Papetti.
Orari di apertura: Martedì – Sabato, 15:30 – 19:30. Chiuso i festivi e Lunedì. Ingresso libero.
https://www.barchessavillaquaglia.it/giancarlo-cuccu-pittura-di-ricordi














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