Venezia a Seoul 2026

da | Feb 23, 2026 | 0 commenti

Non è una semplice rassegna, né una replica fuori sede della Mostra veneziana. Venezia a Seoul, giunta alla sua 14ª edizione, è un progetto culturale strutturato che, dal 25 febbraio all’8 marzo 2026, porta al Seoul Art Cinema una selezione mirata di cinema italiano contemporaneo e classico.

Promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di Seoul, la manifestazione si inserisce in un contesto preciso: una Corea del Sud oggi centrale nel panorama cinematografico mondiale. Ed è proprio in questo scenario che il cinema italiano viene chiamato a confrontarsi — non in una dimensione celebrativa, ma dialogica.

L’obiettivo è chiaro: proporre opere che rappresentino la pluralità del nostro cinema e verificarne la capacità di parlare a un pubblico culturalmente distante ma cinematograficamente sofisticato.

Un festival che è dialogo, non vetrina

La forza di Venezia a Seoul non sta nella spettacolarizzazione, ma nell’idea di scambio. In una Corea del Sud che oggi rappresenta una delle cinematografie più influenti al mondo, il cinema italiano arriva non come modello da esportare, bensì come linguaggio da mettere in relazione.

La rassegna si svolge in una sede significativa: il Seoul Art Cinema, storica sala d’essai della città, spazio dedicato a un pubblico cinefilo e attento. La gratuità delle proiezioni rafforza la dimensione pubblica dell’iniziativa, trasformandola in un momento di reale accesso culturale.

© IIC Seoul 2026

Il programma: un’Italia plurale

La rassegna costruisce un percorso che attraversa generazioni, linguaggi e sensibilità differenti. Accanto alle opere contemporanee trovano spazio titoli che dialogano con la memoria del cinema italiano, creando un confronto continuo tra passato e presente.

Tra i film selezionati spicca Duse di Pietro Marcello, ritratto di Eleonora Duse che intreccia dimensione biografica e riflessione sull’identità artistica. A questo si affiancano lavori come Ammazzare stanca di Daniele Vicari, Orfeo di Virgilio Villoresi, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, Un anno di scuola di Laura Samani, Elisa di Leonardo Di Costanzo e Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi.

Il dialogo con la tradizione è affidato a due classici come Lo spettro di Riccardo Freda e Il magnifico cornuto di Antonio Pietrangeli, mentre completano il programma opere di autori riconosciuti come Paolo Sorrentino con La Grazia e Franco Maresco con Un film fatto per bene.

Nel suo insieme, il cartellone restituisce un’immagine composita del cinema italiano: non un’unica direzione, ma molteplici traiettorie narrative e stilisti

“Duse”: quando il cinema riflette sul ruolo dell’artista

Tra le opere centrali dell’edizione si impone Duse, dedicato agli ultimi anni della grande attrice italiana. Il film di Pietro Marcello non si configura però come un biopic tradizionale: è piuttosto un’esplorazione dell’interiorità di un’artista, del suo rapporto con il corpo, con la scena, con il potere e con il tempo storico che la attraversa.

Eleonora Duse emerge così non soltanto come figura storica, ma come un’artista che rivendica spazio e autonomia in un’epoca di profonde trasformazioni culturali e politiche.

Venezia lontana, ma presente

La scelta di aprire la rassegna con un film come Duse chiarisce anche la direzione culturale dell’intera iniziativa. Il titolo Venezia a Seoul richiama inevitabilmente la Mostra del Cinema, ma ciò che accade nella capitale coreana non è una semplice riproposizione fuori sede. È piuttosto un’operazione di traduzione culturale.

Un’opera come quella di Pietro Marcello, così radicata nella storia italiana e nella memoria teatrale europea, viene riletta all’interno di un contesto diverso, davanti a un pubblico abituato a linguaggi cinematografici complessi e stratificati. In questo scarto si misura il senso più profondo della rassegna: verificare quanto il cinema italiano — anche quando racconta figure come Eleonora Duse — riesca a parlare oltre il proprio perimetro storico e geografico.

È proprio in questo confronto che Venezia a Seoul trova la sua identità più autentica: non esportazione celebrativa, ma dialogo critico, dove sono le immagini a costruire un ponte reale tra Italia e Corea.

In un tempo di sovraesposizione culturale, Venezia a Seoul rivendica la centralità dell’opera. Non vetrina, ma visione.

Venezia resta laguna e memoria; Seoul, città verticale e contemporanea. Tra le due, per qualche giorno, le immagini costruiscono un ponte silenzioso.

Marzia Perini
Marzia Perini è scrittrice, redattrice culturale e fotografa. Ha collaborato con magazine letterari come Recensionilibri e Flaneri, approdando nel 2017 a SoloLibri.net. Dal 2015 è Accredited Press al festival Pordenonelegge. Alterna scrittura creativa e critica, con attenzione alla fotografia autoriale e al dialogo tra letteratura e arte contemporanea, anche in chiave interculturale.

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