Se l’Arsenale ha mostrato l’anima sperimentale e laboratoriale della Biennale Architettura 2025, ai Giardini il percorso si fa più intimo e simbolico. In questo spazio verde, dove i padiglioni nazionali dialogano da oltre un secolo, il tema scelto da Carlo Ratti – Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. – trova nuove declinazioni: dalla memoria collettiva che unisce i continenti alle visioni che guardano al futuro del pianeta, in un intreccio globale di culture e responsabilità comuni.
Una biblioteca per la città
Su questa linea narrativa si colloca in modo privilegiato il Padiglione Venezia. Spazio trasformato in biblioteca diffusa fisica e simbolica insieme, declina l’idea di ricostruzione come recupero di una città simbolo del vivere in simbiosi con la natura. Formatasi dall’acqua e con l’acqua, Venezia diventa modello di un abitare che è dialogo costante tra artificio e ambiente.
Qui non ci sono “solo scaffali” con cataloghi, ma un archivio vivente di idee, ricerche e pratiche che parlano al mondo intero partendo dalla città lagunare. L’Università Iuav, in collaborazione con il Comune e diverse istituzioni, immagina Venezia come città della conoscenza, trasformando il patrimonio librario in vera e propria infrastruttura urbana.
In un’epoca in cui la memoria rischia di dissolversi, il Padiglione invita a pensare la cultura come motore di intelligenza collettiva e come progetto per il futuro. Venezia insegna che ricostruire non significa solo riparare, ma reimparare a vivere con la fragilità del mondo.

Vienna e Roma: due strade verso il vivere collettivo
Accanto al Padiglione Venezia, l’Austria porta in Biennale una riflessione diretta e necessaria: abitare è un diritto. Partendo dall’evoluzione di due grandi capitali, Roma e Vienna, ne traccia l’evoluzione e la pragmaticità degli spazi creati in un equilibrio tra materialità abitativa, integrazione del paesaggio e uomo che abita lo spazio. Ne nascono modelli domestici più che cosmopoliti, dove la vera libertà non è solo la connessione con la natura, ma la garanzia di uguaglianza tra uomini in una cura reciproca.
Un’idea a cui fa eco la Romania che, nel suo padiglione Human Scale (tra l’ironico e il semplice), riporta l’architettura alla misura dell’uomo. Alla sua quotidianità che è corporeità tradotta in spazio abitato e abitativo, portando entrambi verso un nuovo concetto dello spazio architettonico come strumento di inclusione sociale.
Il portico: soglia tra famiglia e comunità
In questa fluidità analitica dello spazio si inserisce la riflessione degli Stati Uniti. Partendo dal portico, raccontano come vogliamo abitare, delineando la soglia tra il nostro “dentro” e il nostro “fuori” del vivere. Il portico, simbolo dell’architettura americana, diventa chiave di lettura del contemporaneo e del nostro “vivere” il domani: né completamente chiusi nella nostra bolla familiare, né completamente esposti al mondo. È lo spazio di transizione tra l’intimità della vita “a famiglia” e l’apertura della vita “a comunità collettiva”.
Ed è questo il focus del futuro delle nostre città: non la contrapposizione tra pubblico e privato, ma la creazione di spazi intermedi dove la vita può respirare. Il portico diventa così il simbolo di una nuova grammatica dell’abitare, quella zona franca dove il controllo della casa si allenta e inizia la vita di comunità.
Declinazioni dell’accoglienza
Beyti Beytak segue questa scia statunitense e nel gazebo che occuperà lo spazio dove sarà edificato il padiglione del Qatar trasforma questo portico in un patio accogliente. Parte dall’espressione “La mia casa è la tua casa” trasformandola in manifesto progettuale. Perché costruire significa, prima di tutto, predisporre l’accoglienza. La casa non è fortezza, ma spazio che si dilata verso l’altro.
Passaggio che non passa inosservato nel padiglione della Corea che fa un passo in più, interpretando la casa come paesaggio condiviso, luogo che appartiene tanto alla natura quanto alla comunità.
Il Regno Unito, insieme al Kenya, porta questa ricerca della soglia su un piano ancora più profondo: quello della memoria condivisa. Qui l’accoglienza diventa anche riparazione, la soglia diventa ponte tra passato e futuro, trasformando le ferite coloniali in spazi di dialogo possibile.
Spazio pubblico e memoria condivisa
Un dialogo possibile che si fa circolare nel padiglione francese, riprendendo quello del padiglione veneziano, torna “alla biblioteca”. Con la biblioteca canopée di Avignone, modello di spazio pubblico che si fa bene collettivo, accessibile, aperto.
Solo all’apparenza distaccate da questa interpretazione le proposte “trasformiste” di Serbia e Ungheria, che propongono il sapere “dei libri” in sapere oggettivo e tangibile. La prima con tessiture che si disfano e si ricompongono, la seconda con un padiglione volutamente spoglio: un’architettura mai neutra ma sempre alla ricerca della memoria, unica traccia per costruire un’identità possibile.

Una visione globale
Un dialogo possibile che si fa comune e identificativo della necessità di una zona intermedia dell’abitare, come apertura necessaria verso l’altro.
Una dimensione che passa dallo “sperimentare” spazi nuovi, come proposto nello spazio dell’Arsenale, a ipotesi “più intime” ai Giardini in un “vogliamo vivere assieme” che è un vero e proprio abitare vicini, in prossimità.
L’architettura diventa così capace di condensare tecnica ed estetica in un unico insieme dove spazi strutturati diventano rappresentazioni di radici famigliari comuni di un esistere che si fa futuro unito, inclusivo ed intimo.
Un futuro che non è mai individuale, ma vera e propria intelligenza che nasce dall’incontro.
Un incontro tra popoli, discipline, generazioni di cui Venezia, in qualche modo, è stata precorritrice coraggiosa ed emblema.
L’architettura, così, si rivela “atto contemporaneo” responsabile e condiviso. Dove la promessa della cura dell’altro non è solo una parola, ma un vero e proprio atto concreto in ogni sua declinazione.
Naturale (che ha radici nel paesaggio). Centrale (che ha come focus l’uomo e la collettività). Prospettica (e futuribile).
L’architettura non è più sogno utopico ma reale. E’ capace di rispondere alla necessità urgente dell’uomo di imparare nuovamente a vivere assieme. A vivere in un mondo apparentemente forte che è, invece, fragile di quella solitudine che si fa divisoria e non inclusiva.
Lo spazio collettivo deve dialogare con ogni forza vitale – uomo, natura, contemporaneo – e il suo è un obiettivo chiaro: ritrovare una continuità strutturale di spazi dove crescere, riposare, creare.
In una parola: Vivere.














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