Le storie di Cristo, Cappella degli Scrovegni a Padova – Parte terza

da | Apr 28, 2026 | 0 commenti

L’ultimo bacio di una madre al proprio figlio

Nella Cappella degli Scrovegni il dolore diventa luce: Giotto lo raccoglie, lo ordina e lo trasforma in un’unica voce che attraversa i secoli e arriva dritta al cuore. Più di sette secoli dopo, quegli affreschi ci raccontano ancora la fragile, immensa forza che tiene insieme gli esseri umani.

Giotto, Compianto del Cristo morto, particolare, nella parete nord del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Al centro, ai piedi di Cristo, la Maddalena ne accarezza i piedi con una dolcezza che sa di congedo. Due figure femminili viste di spalle – una al centro, una all’estrema sinistra – si specchiano in un silenzio che dice più di qualunque parola: Maria di Cleofa sorregge delicatamente le mani del corpo esanime, quasi volesse tenerlo ancora aggrappato alla vita.

Questo è forse il particolare più straziante di tutta l’opera. Il corpo di Cristo ha la testa rovesciata all’indietro, il volto sereno nella morte, bagnato dalle lacrime di sua madre. Maria lo stringe in un ultimo abbraccio, e il gruppo delle donne sulla sinistra assiste, immobile, a qualcosa a cui non è possibile porre rimedio: l’ultimo bacio di una madre al proprio figlio.

Storie di Cristo: Compianto del Cristo morto

Il Compianto è uno degli affreschi più famosi del ciclo padovano, è anche uno dei più intensi e drammatici dell’intera produzione giottesca. L’artista introduce due figure velate viste di spalle, un espediente che rompe con la tradizione precedente e coinvolge lo spettatore nello spazio della scena. Gli angeli nel cielo, ancora legati a una dimensione simbolica, partecipano però al dolore con gesti profondamente umani.

Giotto, Compianto del Cristo morto, affresco 36, 200 x 185 cm. 1303-1305, riquadro del terzo registro nella parete nord del ciclo “Le Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Il dipinto è un universo di corpi che parlano, un solo grande coro del dolore.

Giotto costruisce la composizione e questa coralità con una geometria precisa. In alto, sulla sommità del crinale, un albero spoglio sembra vegliare sulla scena; da lì il declivio roccioso precipita verso Cristo e Maria guidando lo sguardo e accentuando la verticalità del gruppo in piedi. Giovanni, il cui capo è al centro geometrico della scena, si piega in avanti con le braccia spalancate all’indietro, ripetendo un gesto che già l’arte romana aveva consacrato come emblema del lutto. L’angolo acuto che le sue braccia disegnano nell’aria rispecchia l’inclinazione del crinale con la linea di terra, e i due vertici convergono verso il punto più carico di senso dell’intera scena: l’abbraccio della madre al figlio. Da questo centro affettivo la scena si apre ai testimoni: a destra, Nicodemo, che porterà gli unguenti per la sepoltura, e Giuseppe d’Arimatea, che regge sulle spalle il lenzuolo destinato ad avvolgere il corpo di Gesù, già partecipi – nei gesti e negli oggetti che stringono – del rito che seguirà.

Giotto, Compianto del Cristo morto, particolare, nella parete nord del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Solo una figura non riesce a contenere il dolore: Maria di Cleofa – riconoscibile dall’aureola – apre la bocca in un grido. È forse quel grido, lacerante e incontenibile, a far impazzire gli angeli in cielo, che si agitano disperati come foglie in una tempesta, senza più nessun ordine divino a trattenerli.

Eppure, sotto la disperazione, Giotto custodisce una certezza silenziosa. Quella comunità di corpi uniti nel dolore non è solo un’immagine di lutto: è la prefigurazione di una nuova civiltà, tenuta insieme non dalla forza ma dalla fede e dal sacrificio condiviso.

Il bacio di Giuda

Realizzato nel registro inferiore della parete destra – all’altezza del nostro sguardo – l’immagine mostra senza dubbio uno dei momenti di massima maturità espressiva dell’arte di Giotto. Al centro del dipinto Giuda bacia Cristo, avvolgendolo in un abbraccio che fa delle due figure un unico, solidissimo blocco. Anche in assenza di un qualsiasi riferimento paesaggistico o architettonico il senso della profondità spaziale è suggerito in modo straordinariamente realistico dall’agitarsi di lance, torce e bastoni che si stagliano nitidamente contro l’azzurro intenso del cielo.

Giotto, Il bacio di Giuda, particolare, della navata nord, del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Il Bacio di Giuda è quindi perfettamente collocato a livello degli occhi dello spettatore: all’altezza della nostra emozione e della nostra impotente reazione. Perché ciò che vediamo è insopportabile. Insopportabile lo sguardo di Cristo, così intenso e nobile da oltrepassare la storia. Immondo quello di Giuda, cui Giotto applica un’interpretazione fisiognomica esemplare: fronte bassa, occhi incavati e piccoli, barba incolta, testa incassata in un corpo senza collo.

Giotto, Il bacio di Giuda, affresco 31, 200 x 185 cm. 1303-1305, terzo riquadro del terzo registro della parete sinistra della navata, del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

L’interpretazione dei segni di questa immagine tragica è immediata: a sinistra l’atto violento di Pietro, che, in un impeto di rabbia, ferisce a un orecchio Malco, il servo dei sacerdoti, mentre una misteriosa figura vista di schiena (un innovativo espediente iconografico frequente in Giotto) è rappresentata nell’atto di trattenere Pietro per il mantello; a destra la folla tumultuosa delle guardie che vogliono procedere all’arresto del Maestro. Cristo, al centro, è completamente avvolto dalla veste gialla del traditore. A dare un sostegno a Giuda compare un soldato romano, con la spada al fianco.

Dietro ai personaggi in primo piano nereggiano elmi, copricapi e teste di una moltitudine, come se tutto il mondo si fosse dato convegno. Che non vi sia più alcuna speranza di vita per il condannato è testimoniato dalle espressioni decise dei presenti e soprattutto dalla quantità di armi a punta e di fiaccole accese che segnano il cielo con linee intrecciate.

La crocifissione

 La Crocifissione della Cappella degli Scrovegni è segnata da un’intensa drammaticità. La struttura dell’opera è geometricamente costruita attorno alla figura centrale della croce, che divide i gruppi delle figure in tre parti: il cerchio superiore degli angeli e i due assembramenti laterali.

Il corpo disarticolato di Cristo è parzialmente ricoperto da un perizoma trasparente, impreziosito da bordi dorati.  Questa nudità, a malapena nascosta, è esattamente al centro del quadro a sottolineare la predominanza concettuale del torturato e farci sentire più partecipi di ciò che è stata la sua sofferenza umana.

Giotto, Crocifissione, affresco 35, 200 x 185 cm. 1303-1305, primo riquadro del terzo registro della parete sinistra della navata nord, del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Da un punto di vista compositivo un particolare che appare a destra, in primo piano, assume un’importanza fondamentale: si tratta della tunica rossa di Cristo, vuota crisalide d’un corpo la cui anima è già volata in cielo. Attorno a questo simbolo di sangue si concentrano i personaggi coinvolti nell’esecuzione. Tra questi spicca un centurione con il nimbo, santo tra i malvagi, avendo fatto professione di fede. Altri testimoni sono soldati portatori di lance, sacerdoti e servi. Il fulcro della composizione è indicato dalla scena della divisione della veste. Un servo, vicino alla croce, regge ancora la canna sulla quale era infilata la spugna imbevuta d’acqua e aceto, che era servita per ristorare gli ultimi attimi di vita del condannato.

All’angolo opposto Giotto compatta il gruppo delle donne dolenti, confortate da san Giovanni. Al centro, ad accarezzare i piedi del torturato, la Maddalena. In alto dieci angeli ruotano intorno al Crocifisso; uno si straccia le vesti, altri due tengono tra le mani le coppe con cui raccogliere il sangue che spilla ancora dal corpo di Cristo.

Noli me tangere: non trattenermi

Se il Compianto è un coro, il Noli me tangere è un duetto. Dove prima c’era una moltitudine di corpi che si toccavano, si intrecciavano, si sostenevano, qui rimangono solo due figure e, tra loro, uno spazio vuoto che dice tutto.

La scena è tratta dal Vangelo di Giovanni: Maria Maddalena, giunta al sepolcro dopo la Resurrezione, incontra Cristo risorto e tende le mani verso di lui. La risposta di Cristo “Non trattenermi” diventa il cuore invisibile dell’intera composizione. Giotto non dipinge le parole, ma lo spazio che le genera: quel breve vuoto tra le dita delle due mani tese è il confine tra il mondo dei vivi e il mistero del risorto, tra il desiderio umano e la necessità divina.

Giotto, Resurrezione e Noli me tangere, affresco 37, 200 x 185 cm. 1303-1305, terzo riquadro del terzo registro della parete destra della navata, del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Come sempre in Giotto, sono i corpi a parlare. La Maddalena è inginocchiata, avvolta in un rosso intenso che brucia nella luce del mattino: il suo colore, quello che la tradizione le ha sempre assegnato. Il corpo è proteso in avanti con tutto il peso dello slancio, come se il solo movimento potesse colmare quella distanza impossibile. Cristo invece è eretto, quasi in procinto di muoversi, avvolto in un bianco luminoso che lo separa visivamente da tutto ciò che è terreno. Il suo cammino su questa terra è compiuto, e nessun abbraccio può fermarlo.

Sulla sinistra, appena intravisto, un angelo assiste in silenzio. Non interviene, non commenta.

Eppure, proprio in questa rarefazione, Giotto raggiunge una delle sue vette più alte. Nel Compianto il dolore si moltiplicava di figura in figura, si amplificava nel grido degli angeli, esplodeva nel cielo. Qui si concentra in un solo gesto, in un solo istante sospeso. Le mani che non si toccano raccontano una storia intera: la Maddalena che vorrebbe trattenere ciò che non può più essere trattenuto, e Cristo che, con quella stessa mano tesa, non respinge, ma promette.

È forse il più umano dei congedi, e il più divino degli addii.

Giotto, Resurrezione e Noli me tangere, particolare, parete destra della navata, del ciclo “Storie di Cristo”, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Ho cominciato questo percorso con la promessa che il Compianto ci aspettava. Ora che ci siamo arrivati, e passati attraverso il tradimento di Giuda, la Croce e la Resurrezione, si può capire perché Giotto ha cambiato per sempre la storia dell’arte: ha avuto il coraggio di guardare in faccia il dolore umano e farne bellezza. Giotto non dipinge le parole, ma lo spazio che le genera. Padova è vicina. Andate a vederlo.

FINE

Serenella Minto
Veneziana, liceo artistico e laurea in architettura. Autrice di articoli e saggi di critica d’arte e di un premiato testo di narrativa, ha collaborato con case editrici alla stesura di manuali di storia dell’arte e architettura. Inserita nell'Albo Speciale dei giornalisti del Veneto. Direttore responsabile della pubblicazione di "Veneto Arte". Curatrice dell’archivio dell’artista veneziano Yvan Beltrame.

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