Tra i maggiori interpreti del fascino delle rovine antiche, Giovanni Battista Piranesi (Mogliano Veneto, 1720 – Roma, 1778) seppe trasformare l’archeologia in arte visionaria. A Piranesi va dato anche il merito di aver contribuito a rendere la tecnica dell’incisione un mezzo espressivo pienamente autonomo sotto il profilo creativo e artistico.
Figlio di un tagliapietra veneziano — che al tempo della sua nascita lavorava a Mogliano per conto di cantieri veneziani — Piranesi giunge a Roma da Venezia nel 1740. Dopo aver reso immortale la Roma antica con le sue celebri incisioni, Piranesi si recò negli ultimi anni della sua vita a Paestum, nella remota Magna Grecia, per studiare i templi dorici che la tradizione descriveva come solenni e misteriosi.
Di fronte a quelle architetture arcaiche, Piranesi ritrovò l’essenza più pura e primordiale dell’antico. Le incisioni che ne ricavò non sono semplici vedute documentarie, ma interpretazioni poetiche in cui la rovina diventa simbolo di forza e di eternità. Con la sua maestria nel chiaroscuro e la tensione drammatica della composizione, l’artista rompe con l’idea di una bellezza classica armoniosa e immobile, restituendo all’antico tutta la sua energia costruttiva e spirituale.

Giovanni Battista Piranesi, Veduta del tempio di Nettuno a Paestum (1778; incisione, 53 x 72 cm; Napoli, Fondazione Giambattista Vico).
Qual è l’inizio di questa storia? Come giunse Piranesi a Paestum, nel cuore della Magna Grecia?
Tutto ebbe inizio negli anni in cui Paestum — nome latino dell’antica Poseidonia, importante colonia greca fondata verso la metà del VII secolo a.C. sulle coste del Cilento — cominciava a riemergere dall’oblio. La costruzione di una nuova strada, voluta da Carlo III di Borbone per unire Napoli alla reggia di Caserta, rese più accessibile la zona, e i viaggiatori del Grand Tour iniziarono a fermarsi per ammirare i templi greci immersi nella solitudine della pianura. Già nei primi anni del 1700 stava iniziando a diffondersi quel clima di entusiasmo per le rovine delle antiche città che avrebbe poi condotto alla nascita del Neoclassicismo: nel 1738 furono scoperte le rovine di Ercolano, e nel 1748 quelle di Pompei. E in un clima del genere, la riscoperta e rivalutazione di Paestum non avrebbe tardato ad arrivare.

Ritratto postumo di Giovanni Battista Piranesi (1779); Pietro Labruzzi (Roma, 1739-1805), olio su tela 74 × 72 cm. Museo di Roma a palazzo Braschi.
Piranesi e la scoperta dell’anima arcaica della nostra architettura
Piranesi si recò a Paestum una prima volta nel 1770 e poi, nel 1777 decide di ritornaci. Da quell’esperienza nasceranno le tavole intitolate Differents vues de Pesto (“Diverse vedute di Paestum”) pubblicate postume nel 1778 dal figlio Francesco, una delle serie più straordinarie dell’arte incisoria del Settecento. Il celebre architetto e incisore veneziano, che da anni viveva a Roma, era già noto per le sue Vedute di Roma e per le visionarie Carceri d’invenzione, opere che uniscono precisione architettonica e fantasia drammatica.

Le venti tavole di Paestum: architettura come corpo e rovina
Le incisioni raffigurano i tre grandi templi dorici — Tempio di Nettuno ca. 460 a.C. il Tempio di Hera (Basilica) ca. 550 a.C. e il Tempio di Athena (Cerere) ca. 500 a.C. — monumenti che già all’epoca suscitavano meraviglia e interrogativi per la loro imponenza, la soppressione della maggior parte degli ornamenti e per l’aspetto “non classico”.
Nelle mani di Piranesi, quei templi diventano giganti di pietra: le colonne si stagliano sullo sfondo in prospettive ravvicinate e le ombre scendono profonde tra i colonnati. A volte la luce del mezzogiorno mediterraneo si fa tagliente, quasi feroce.

Un viaggio verso il Sud e la potenza delle origini
A Paestum, Giovanni Battista Piranesi si confronta con l’antico nella sua espressione più arcaica e monumentale, lontana dai canoni dell’equilibrio classico che alcuni storici consideravano il fondamento dell’arte antica. Questo incontro con le rovine doriche di Paestum segnerà un momento di svolta: non più il classicismo idealizzato, ma la potenza primitiva delle origini, capace di evocare una visione alternativa del passato e del suo rapporto con il presente.

Tra i templi dorici di Paestum Piranesi riscopre un’antichità viva, potente e primordiale
Tra i templi dorici di Paestum, Piranesi riscopre un’antichità viva e potente.
Di fronte a quei colossi di pietra trova nuova ispirazione: nelle sue incisioni non si limita a descrivere le rovine, ma riesce a restituirne la forza costruttiva e il senso di meraviglia che ancora oggi suscitano.
Nelle sue vedute scure e massicce, segnate dal tempo e dall’incuria dell’uomo, inserisce figure umane talvolta grottesche o fuori luogo, accanto a mandrie di bovini e bufali che pascolano tra le pietre antiche. È un effetto di abbandono e ignoranza che Piranesi mette in scena con intenzione critica, come a denunciare l’incapacità dell’uomo di mantenere viva, nel tempo, la grandezza di una civiltà.

Le sue incisioni non sono solo vedute, ma un manifesto contro l’idea classica di bellezza armoniosa e immobile
L’occhio dell’artista non si limita a registrare. Piranesi interpreta. Esagera le prospettive, accentua le fratture, costruisce una drammaturgia visiva. Le sue vedute non sono documenti archeologici, ma visioni: la rovina diventa teatro del tempo, la grandezza perduta si trasforma in energia presente.

Piranesi contro Winckelmann: la bellezza non è quieta
Per comprendere il senso profondo delle Vedute di Paestum, bisogna ricordare il grande dibattito estetico che attraversava l’Europa del Settecento. Il teorico tedesco Johann Joachim Winckelmann esaltava la “nobile semplicità e quieta grandezza” dell’arte greca. Piranesi, fin dagli anni del suo scritto Parere su l’Architettura (1765), si era opposto a questa visione e rivendicava l’inventiva autonoma dell’arte romana e italica. A Paestum, davanti ai templi dorici massicci e arcaici, Piranesi trova la prova materiale della sua tesi. Quegli edifici non incarnano la calma proporzione greca, ma una forza tellurica, quasi barbarica, in cui la bellezza nasce dal peso, dal ritmo, dall’imperfezione. È come se Piranesi dicesse: “Ecco l’antico vero, non ideale ma reale, potente come la terra che lo ha generato.”
Le tavole diventano così una replica visiva a Winckelmann: dove il tedesco vedeva equilibrio e misura, il veneziano scopre tensione, energia e carattere maestoso.

Paestum e l’estetica del sublime
Con le vedute di Paestum, Piranesi anticipa l’estetica del sublime: non più armonia, ma emozione travolgente. I templi evocano mistero e grandezza, la rovina diventa viva, simbolo della forza del tempo e della fragilità dell’uomo. Molti studiosi hanno notato come Piranesi, con queste incisioni, compia un vero e proprio passaggio di testimone: dal mondo razionale dell’Illuminismo al sentimento romantico della natura e della storia.

Tra archeologia e invenzione
Piranesi unisce rilievo scientifico e immaginazione visionaria. Le rovine sono corpi vivi, che parlano. Ogni colonna spezzata diventa segno di memoria. La sua incisione, con la forza del segno nero sul bianco, restituisce questa voce silenziosa delle pietre.
È in questo equilibrio tra documento e visione che risiede la grandezza di Piranesi: egli è al tempo stesso archeologo, architetto, poeta dell’antico.

Eredità e attualità
L’impatto con le incisioni dell’artista veneto fu immediato: artisti come Turner e Constable trovarono in Piranesi un precursore dell’immaginazione moderna. Oggi, tra le tavole e le rovine reali, si coglie ancora la tensione tra misura e caos, tra pietra e luce, tra passato e presente.
Con le sue incisioni di Paestum, Piranesi ci lascia una lezione di libertà: guardare l’antico non significa imitarlo, ma ascoltarne la voce profonda. Nel silenzio dei templi dorici, tra ombre e pietre, scopre l’anima dell’architettura: una forma viva, in continua trasformazione. E proprio lì, dove il tempo distrugge, nasce la bellezza più autentica.

- Piranesi a Paestum, Il suono dell’architettura. Gabriel Zuchtriegel. Ed. artemsrl. (Gabriel Zuchtriegel è l’attuale Direttore generale del Parco Archeologico di Pompei; dal 2015 al 2021 fu Direttore del Parco Archeologico di Paestum. Nel 2017 Zuchtriegel si è esibito al pianoforte con brani di Bach e Chopin, nell’ambito di una ricerca su Giambattista Piranesi e il rapporto tra architettura e musica, pubblicata poi sotto forma di racconto).














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