Esiste un momento nella storia dell’arte in cui i confini tra le discipline diventano labili, quasi trasparenti. Gli anni Venti del Novecento rappresentano uno di questi momenti. Un laboratorio di sperimentazione in cui pittura, fotografia, teatro e immagine in movimento si contaminano cercando un linguaggio visivo inedito. Non una semplice ibridazione tra forme artistiche. Ma pura ricerca di un’arte totale capace di sintetizzare luce, colore, movimento e narrazione in un’unica esperienza estetica.
È in questo contesto che si colloca il recupero di Cyrano de Bergerac (1922-23) di Augusto Genina, presentato alle Giornate del Cinema Muto 2025 di Pordenone. Un’operazione che ha dato visione contemporanea al documento filmico, Trasformandolo in sperimentazione di arte visiva che appartiene alla storia della pittura applicata.
Lo stencil-colour: quando il fotogramma è dipinto
La caratteristica che rende il Cyrano di Genina un’opera d’arte visiva è la tecnica con cui fu realizzato: lo stencil-colour. Un procedimento manuale che prevedeva l’applicazione di pigmenti colorati su ogni singolo fotogramma attraverso maschere sottilissime di celluloide. Non si trattava di colorazione chimica o di viraggio, ma di pittura vera e propria: ogni immagine veniva letteralmente dipinta a mano, fotogramma per fotogramma.

Il lavoro richiesto era di una minuziosità artigianale simile a quello di un miniaturista medioevale.
Maschere di precisione millimetrica isolavano le aree da colorare – un vestito, un cielo, un volto – e i pigmenti venivano applicati con pennelli finissimi o attraverso stencil multipli sovrapposti. Il risultato era una stratificazione cromatica complessa, dove ogni tonalità aveva una propria densità materica. Ogni colore dialogava con gli altri secondo equilibri compositivi studiati.
La pellicola diventava così una sequenza di migliaia di piccoli dipinti in movimento. Ogni frammento manteneva l’autonomia estetica di un’opera pittorica pur essendo parte di un flusso narrativo. Il colore non era un elemento decorativo o atmosferico: era struttura, era linguaggio, era la sostanza stessa dell’immagine.
Il restauro come pratica artistica
Il restauro, curato nel 2023 dalla Lobster Films in collaborazione con il George Eastman Museum e l’EYE Filmmuseum di Amsterdam, ha affrontato una sfida tra il filologico il pittorico.
Non si è trattato “solo” di recuperare una pellicola degradata. L’obiettivo era di restituire coerenza a una stratificazione cromatica complessa. Di ricostruire equilibri tonali perduti, di interpretare tracce materiche frammentarie.
Ogni scelta – dalla saturazione dei rossi alla temperatura dei blu, dalla densità dell’oro alla trasparenza delle ombre – ha richiesto una sensibilità prettamente “artistico pittorica”. Il lavoro è stato insieme filologico e interpretativo. Si è voluto comprendere l’intenzione originale. Decifrare le tracce residue. Ricostruire la visione cromatica dell’epoca senza tradirne lo spirito, rendendola leggibile allo sguardo contemporaneo.
Ed il risultato sfida le categorie.
Guardando oggi il Cyrano restaurato si assiste a una trasfigurazione della luce percepita che va oltra la cinematografia e si fa molto vicina alla pittura. I rossi sono vernici fresche. I blu si muovono con la densità delle velature, L’oro dei costumi vibra in modo indipendente.
Ogni inquadratura ricrea il Seicento della vicenda di Cyrano attraverso la pittura del tempo. Si percepiscono i chiaroscuri di Georges de La Tour, la teatralità domestica di Vermeer, la ritrattistica di Rembrandt e Frans Hals.
La ricerca visiva degli anni Venti
Il Cyrano di Genina si colloca in una stagione di intense sperimentazioni tra le arti.
Genina, formatosi a Torino tra gli anni Dieci e Venti, concepiva le inquadrature come composizioni pittoriche.
“Costruiva” la luce secondo principi derivati dalla tradizione figurativa italiana ed europea. L’assenza del sonoro spingeva i registi a cercare nella pittura un linguaggio visivo capace di comunicare emozioni e atmosfere attraverso il colore e la composizione.
In quegli anni molti erano gli artisti che lavoravano alla contaminazione tra pittura e immagine in movimento. Gli esperimenti di Man Ray, la ricerca sulla luce di László Moholy-Nagy le composizioni astratte di Viking Eggeling.
Il cinema muto, per l’assenza della parola, dialogava naturalmente con la pittura. Due forme d’arte che affidavano al visivo la totalità del messaggio espressivo.
Lo stencil-colour incarnava questa ricerca: pittura applicata a un supporto dinamico, stratificazione cromatica che manteneva l’autonomia del gesto pittorico pur inserendosi in un flusso temporale. Ogni fotogramma è opera autonoma sequenza più ampia insieme.
Oltre le categorie: verso un’estetica dell’immagine
Il restauro del Cyrano solleva la questione su cosa renda un’opera “pittorica”?
La densità materica del colore o la staticità del supporto? Il gesto manuale o la composizione dell’inquadratura?
Il Cyrano di Genina non si lascia categorizzare facilmente.
È pittura che si muove. Sequenza di dipinti in divenire. Il suo restauro evidenzia questa natura ibrida.
Guardare il Cyrano restaurato significa riscoprire una pratica artistica dimenticata, che interrogava l’essenza dell’immagine nella sua capacità di contenere insieme tempo, colore e stratificazione materica. Una pratica che oggi, in era digitale, diventa sempre più rara.














0 commenti